Obesità e patologie associate

L’obesità è una patologia caratterizzata dall’aumento della massa grassa rispetto alla massa magra, dovuto a uno squilibrio tra le calorie assunte e quelle consumate, che si sviluppa per l’interazione di vari fattori genetici, endocrino-metabolici e ambientali.

È una condizione cronica molto diffusa, che può portare allo sviluppo di altre patologie, incidendo negativamente sulla qualità di vita della persona.

Una prima classificazione dell’eccesso ponderale viene effettuata utilizzando l’Indice di massa corporea ( IMC, BMI = body mass index), che si ottiene attraverso la formula: peso (in kg)/altezza al quadrato (in metri).

Si parla di sovrappeso se il BMI è compreso tra: 25-29.9 kg/m2, di obesità se è superiore a 30 kg/m2.

In particolare l’obesità è a sua volta classificata:

  • primo grado: BMI compreso 30-35 kg/m2
  • secondo grado: BMI compreso 35-40 kg/m2
  • terzo grado: BMI superiore a 40 kg/m2

Accanto al BMI, nella pratica clinica viene utilizzata anche la misurazione della circonferenza addominale per definire la tipologia antropometrica di obesità, ma poiché tali misurazioni presentano dei limiti (come l’impossibilità di dare informazioni precise sulla quantità di massa grassa che possono avere due persone con lo stesso BMI) e poiché tale patologia comporta anche comorbilità, limitazioni funzionali e coinvolgimento psichico, per la stadiazione viene utilizzata la classificazione EOSS ( Edmonton Obesity Staging System) che comprende anche le caratteristiche appena citate.

L’obesità è una patologia multifattoriale, che vede molteplici cause alla base della sua eziologia:

  • alimentazione qualitativamente e/o quantitativamente squilibrata;
  • scarsa o nulla attività sportiva;
  • fattori genetici, ad esempio le mutazioni nel gene della leptina e nel suo recettore o le alterazioni del sistema della melanocortina;
  • fattori socio economici, sia in contesti più sfortunati, in cui non si ha la possibilità di una dieta varia e bilanciata, sia in paesi più ricchi in cui la disponibilità di alimenti raffinati è maggiore;
  • alcune patologie, ad esempio sindrome di Prader- Willi o la sindrome di Cushing, che maggiormente predispongono all’incremento ponderale, anche se rappresentano solo una percentuale minore della casistica;
  • alcuni farmaci;
  • disturbi del sonno.

L’eccesso ponderale si ripercuote su tutti gli organi e gli apparati, costituendo un fattore di rischio per lo sviluppo di numerose complicanze, sia metaboliche che funzionali.

Complicanze metaboliche:

  • alterazioni glucidiche: pre-diabete e diabete 2; il 70% dei pazienti pre-diabetici progredisce nel corso della vita verso il diabete, che è associato allo sviluppo di altre complicanze quali la retinopatia diabetica, la neuropatia, la nefropatia, oltre che a complicanze macrovascolari;
  • dislipidemia: aumento dei valori di colesterolo, in particolare di LDL, di trigliceridi, abbassamento del colesterolo HDL, aumentando il rischio di malattia coronarica;
  • sindrome metabolica: associazione di più fattori di rischio (alterata glicemia a digiuno, ipertensione, insulino resistenza, dislipidemia, incremento della circonferenza vita) che vanno ad aumentare la probabilità di rischio cardiovascolare.

Complicanze funzionali:

  • aumento del rischio cardiovascolare, ossia maggior possibilità di sviluppo di patologie a carico dei vasi sanguigni e del cuore;
  • disturbi muscoloscheletrici, come osteoartrite, che possono limitare nel tempo il movimento;
  • disturbi gastrointestinali, tra cui malattia da reflusso gastro-esofageo (GERD), patologie alla cistifellea e al fegato (steatosi);
  • disturbi apparato riproduttivo, come ciclo mestruale irregolare, disfunzione erettile e in caso di gravidanza maggior rischio di complicanze materne e perinatali;
  • disturbi dell’apparato respiratorio come le apnee notturne, riduzione della forza e della resistenza dei muscoli respiratori, asma;
  • disturbi a livello epidermico come smagliature, acanthosis nigricans, irsutismo;
  • disturbi del tono dell’umore o di ansia e disturbi del comportamento alimentare;
  • disturbi d’ansia o del tono dell’umore e disturbi dell’alimentazione;
  • maggiore suscettibilità alle infezioni;
  • aumentato rischio di insorgenza di alcuni tipi di tumore

L’obesità ha importanti ripercussioni sulla qualità della vita del paziente, sia sul piano psicologico e sociale, sia sul piano fisico, a causa delle limitazioni di cui spesso è vittima (ridotta mobilità, difficoltà nelle attività quotidiane, facile affaticabilità). Tutti questi aspetti rendono le persone affette da obesità spesso bersagli di pregiudizi, stereotipi o discriminazioni.

Visti tutti gli aspetti, il trattamento più adeguato è di tipo multidisciplinare, che vede coinvolti tutti i Professionisti che condividano come obiettivo non solo il calo ponderale (lavorando sui fattori modificabili, in primis uno stile di vita sano che preveda un’alimentazione equilibrata e varia e regolare attività sportiva), ma anche un adeguato supporto psicologico oltre che la prevenzione e il trattamento delle comorbilità ove presenti.

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Domande e risposte

Risposte da parte dei nostri professionisti alle domande più comuni

Come faccio a capire se ho un disturbo dell’alimentazione?

I campanelli d’allarme possono essere un’aumentata attenzione al proprio peso e
all’alimentazione, un cambiamento delle proprie abitudini alimentari o una crescente
attenzione alle calorie assunte. Anche il progressivo evitamento di situazioni sociali in cui è presente il cibo, come le uscite con i coetanei o i ritrovi familiari.
Sul piano fisico si possono osservare variazioni di peso, irregolarità mestruali o malessere
(svenimenti, mal di stomaco e mal di pancia frequenti, difficoltà a concentrarsi, ecc.).
Possono esserci anche cambiamenti nel carattere come aumentata irritabilità, isolamento, mancanza di desideri e di interessi.

Cosa posso fare se penso di avere un disturbo dell’alimentazione?

Se ti sembra di riconoscere dei campanelli d’allarme per un Disturbo dell’alimentazione, rivolgiti al tuo medico di fiducia perché ti indirizzi a figure specializzate nel trattamento di queste problematiche (psicologo, dietista/nutrizionista, psichiatra) che a loro volta possano approfondire la tua situazione ed eventualmente proporti un trattamento adeguato come quello multidisciplinare. Se sei più giovane, parlane con un adulto di riferimento, una persona di cui ti fidi come potrebbe essere un genitore o un altro parente, un allenatore, un insegnante.

Si può guarire da un disturbo dell’alimentazione?

Certo: è possibile guarire da un Disturbo dell’Alimentazione. Fondamentali sono la diagnosi precoce e un intervento specializzato e multidisciplinare immediato.

Un ragazzo o un uomo possono soffrire di un disturbo dell’alimentazione?

Si, seppure i casi nelle persone di sesso maschile siano meno frequenti di quelli nel sesso femminile. I dati epidemiologici nazionali dell’Istituto Superiore di Sanità hanno rilevato che il 90% dei casi di DN&A è rappresentato da pazienti donne e solo il 10% da  maschi. Si ipotizza che i casi nel sesso maschile siano meno riconosciuti per una serie di motivi. Innanzitutto, i DN&A sono considerati patologie che colpiscono le persone di sesso femminile e quindi è più difficile sia che i “maschi” che ne soffrono riconoscano la loro sofferenza sia che i medici li diagnostichino correttamente. Sembra poi che i soggetti di sesso maschile abbiano una certa difficoltà a chiedere aiuto per motivazioni “culturali”.

Se penso che una persona che mi è cara abbia un Disturbo dell’alimentazione, cosa posso fare?

Tante volte con il fine di aiutare chi ci sta vicino otteniamo l’effetto contrario. I disturbi dell’Alimentazione per la loro natura egosintonica richiedono un approccio specifico. Questo significa che i comportamenti e i modi di pensare della persona “malata”, che preoccupano tanto gli altri, sono in realtà desiderati dalla persona che li manifesta: ad es. la perdita di peso sempre più grave preoccupa i familiari mentre è desiderata dal paziente.

Se pensi che qualcuno vicino a te stia passando un periodo di difficoltà con il cibo/il suo corpo/il suo peso, considera di richiedere una consulenza specialistica per farti aiutare nella gestione della quotidianità e nel costruire un percorso che porti la persona a farsi curare.

Qual è la differenza tra psicologo, psichiatra e psicoterapeuta?

Lo Psicologo è un laureato in psicologia che può dare supporto alla sofferenza, ma non può fare psicoterapia (terapia che utilizza tecniche psicologiche di vario tipo) per la quale è necessaria una specializzazione specifica. Non può prescrivere farmaci

Lo Psichiatra è un medico che dopo aver acquisito la Laurea in Medicina e Chirurgia consegue la specializzazione in Psichiatria; lo psichiatra può essere anche psicoterapeuta ma deve fare una scuola di psicoterapia. Lo psichiatra, essendo un medico, può prescrivere farmaci.

Lo Psicoterapeuta è uno specialista che dopo la Laurea in Psicologia o in Medicina e Chirurgia svolge un percorso presso una scuola la specializzazione in Psicoterapia. Lo psicoterapeuta non può prescrivere farmaci a meno che non sia laureato in Medicina e Chirurgia.

Qual è la differenza tra Dietista, Dietologo o Specialista in Scienza dell’alimentazione e Nutrizionista?

Il Dietista è il professionista sanitario competente per tutte le attività finalizzate alla corretta applicazione dell’alimentazione e della nutrizione, opera diete prescritte in ambito di nutrizione clinica e può lavorare autonomamente in soggetti sani. Alla laurea può conseguire  un ambito specifico di specializzazione.

Il Dietologo o Specialista in Scienza dell’Alimentazione è un medico con laurea in Medicina e Chirurgia che ha successivamente conseguito la specializzazione quadriennale in Scienze dell’Alimentazione. Fra i professionisti della Nutrizione è l’unico le cui competenze specifiche prevedono la diagnosi di patologia e la prescrizione di esami diagnostici, dietoterapia, farmaci.

Il termine “Nutrizionista” non identifica dal punto di vista legale nessun professionista, alcune volte viene utilizzato come abbreviazione del “Biologo Nutrizionista”, che invece è una figura professionale con laurea in Biologia e iscrizione all’Albo dei Biologi. Questa qualifica non sempre corrisponde a una formazione accademica specifica nel campo della Nutrizione Umana e soprattutto non prevede la conoscenza del lavoro con gli esseri umani.

Cosa dire o fare quando nostro figlio/a è in difficoltà a tavola?

Per chi soffre di un Disturbo dell’alimentazione il pasto è il momento più carico di ansia e tensione della giornata in cui si intensificano ancora di più tutte le preoccupazioni su cibo/peso/aspetto. Anche per i familiari il pasto rischia di diventare un vero e proprio incubo che tutti vorrebbero evitare.

Se vi sembra che un vostro caro abbia difficoltà a tavola evitate di ingaggiare lotte o discussioni perché mangi.  Piuttosto cercate di non drammatizzare, ma di capire quali difficoltà ha parlandone fuori dal pasto. Cercate poi di manifestare la vostra preoccupazione e la necessità/opportunità di rivolgersi a un esperto per farsi aiutare con questa difficoltà.

Se invece il vostro caro è già seguito da un team di esperti, il vostro ruolo in quel momento è di essere una presenza ferma e rassicurante che dona forza e fiducia rispetto la possibilità di affrontare gli obiettivi nutrizionali stabiliti dal percorso di cura. Può essere d’aiuto instaurare un dialogo piacevole per distogliere dai pensieri disfunzionali sul cibo e alleggerire il momento, evitando di parlare di cibo. Cercate di non cadere nelle richieste di rassicurazione della malattia (“mamma mi prometti che non ingrasserò se mangerò questo piatto?”).

A chi posso rivolgermi se sento che le giornate non hanno più senso e tutto è diventato troppo difficile?

Puoi rivolgerti a un professionista (psichiatra, psicoterapeuta) che può aiutarti a comprendere le ragioni di queste emozioni e delineare il percorso di cura più adatto a te.

Vanno dallo psichiatra solo i matti?

Questo è un pregiudizio che spesso impedisce alle persone di chiedere aiuto quando hanno una sofferenza psicologica. Si associa, infatti, alla “follia” un problema mentale, con le proprie emozioni e nelle relazioni con gli altri. I problemi mentali sono malattie vere e proprie che necessitano una corretta diagnosi e un’adeguata terapia.  Lo psichiatra, come lo psicologo-psicoterapeuta, si occupa della sofferenza psicologica in tutte le sue forme e non necessariamente prescrive farmaci per curarla.

Come capisco che il percorso di cura per un disturbo dell’alimentazione è efficace?

Trattare i disturbi dell’alimentazione è molto complesso, necessita équipe multidisciplinari (es. medico psichiatra/internista/nutrizionista, dietista, psicoterapeuta) esperte nel trattamento di queste patologie e un percorso lungo che può durare anche anni.

Affidarsi a un solo specialista può portare al fallimento della terapia e alla perdita di tempo prezioso. Dopo 6 mesi senza alcun risultato è importante chiedere informazioni sul percorso di cura e sulle prospettive di cambiamento. Fondamentale è però collaborare con gli specialisti per cercare di non agire in modo contrapposto e quindi vanificare la cura.

Negli adolescenti è poi essenziale fare incontri familiari perché in questi pazienti è ancor più evidente il contributo della famiglia alla risoluzione della patologia.

Come faccio a capire se ho un disturbo dell’alimentazione?

I campanelli d’allarme possono essere un’aumentata attenzione al proprio peso e all’alimentazione, un cambiamento delle proprie abitudini alimentari o una crescente attenzione alle calorie assunte. Anche il progressivo evitamento di situazioni sociali in cui è presente il cibo, come le uscite con i coetanei o i ritrovi familiari.

Sul piano fisico si possono osservare variazioni di peso, irregolarità mestruali o malessere (svenimenti, mal di stomaco e mal di pancia frequenti, difficoltà a concentrarsi, ecc.).

Possono esserci anche cambiamenti nel carattere come aumentata irritabilità, isolamento, mancanza di desideri e di interessi.

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